Lettera da Birkenau

Durante la manifestazione “Perché la memoria non sia solo un ricordo” Sonia Cardia legge un suo componimento.

Lettera da Birkenau

Mi chiamo Davìd,

sono nato nel campo di sterminio di Birkenau

il 2 febbraio 1944.

Non ho mai conosciuto mia madre, perché è morta subito dopo avermi messo al mondo. Mia nonna. È stata lei a crescermi durante quei giorni di prigionia che sembravano non finire mai.

Siamo sopravvissuti entrambi e ora siamo tornati in Romania.

Non sono figlio dell’amore, ma il risultato di una violenza disumana di un soldato tedesco verso mia madre. Chissà se lei mi avrebbe voluto come figlio, non lo saprò mai. Forse le avrei ricordato quel maledetto giorno e in me avrebbe visto un mostro e non un figlio.

Tutto quello che so della Shoah l’ho sentito dai racconti di mia nonna.

Non li raccontava a me… no! Lei ha sempre cercato di proteggermi, li ascoltavo di nascosto da dietro la porta della cucina.

So tutto dei lunghi viaggi verso i campi di sterminio, delle camere a gas e dei forni crematori.

Tutti venivano prima selezionati e umiliati denudandoli in grandi camerate dove venivano privati di tutto, e non intendo solo dei beni materiali, ma dell’unica cosa che ad un essere umano non dovrebbe essere mai tolta:

la dignità.

Poi venivano marchiati sulle braccia con dei numeri, come fossero bestie pronte per il macello.

Mia nonna aveva il numero 98289, nonostante gli anni e la pelle rinsecchita lo si poteva leggere molto bene.

Un giorno le chiesi toccando quel numero con le dita:

«Ti fa ancora male?»

Lei prese la mia piccola mano e la poggiò sul suo petto, in direzione del cuore e rispose:

«Il dolore più grande lo sento qui dentro.»

Io sapevo che tutta quella sofferenza la portava sulle spalle come una grande valigia piena di sassi tutti i giorni, e la notte quando mi diceva di andare a dormire, io scendevo di nascosto e mi fermavo ad osservarla. Restava ore davanti al camino, la fiamma alta che le illuminava il viso ormai rosso dal calore, e seduta su quella sua vecchia sedia dondolo, teneva una foto stretta al petto: quella di mia madre.

Amo mia nonna, perché in me non vede il risultato di una violenza, ma la parte buona, quella di mia madre.

«Noi non siamo come loro Davìd», mi diceva «Ricordalo sempre.»

Ora sono adulto e quelle parole non le ho mai scordate. Mi sono rimasti tanti rimorsi: uno quello di non aver conosciuto mia madre e l’atro quello di non aver potuto avere la possibilità di guardare negli occhi quell’uomo per dirgli:

«Io non sarò mai come te.»

Mi chiamo Davìd,

nato nel campo di sterminio di Birkenau

il 2 febbraio 1944,

la mia è la storia come quella di tanti altri bambini che hanno avuto la fortuna di crescere.

Siamo figli dell’odio, è vero, ma come delle rose senza spine siamo nati dal cemento e trapiantati in un grande vaso che si chiama amore.

(Sonia Cardia)